II Parte Intervista a Rabbi Avraham Sutton, Cabalista di Gerusalemme

31/03/2011 Off di Miriam Oryah

Traduzione e adattamento di Miriam Oryah Ghiladi

DOMANDA: Dio ci comanda nella Torah: “Ama il tuo prossimo come [ami] te stesso. Io sono Dio. (Levitico 19:18). Cosa significa amare qualcuno come me stesso?

RISPOSTA: Cos’è il Sé che io amo?  Dio ci dice: “Ama il tuo amico come ami te stesso”, seguito poi da “Anì A-donai” (Io sono Dio). Se voi vi odiate, se vi derubate l’uno l’altro, se vi uccidete a vicenda, nessuno crederà in Me!” Il mondo deve essere un luogo di giustizia morale, affinché gli esseri umani possano credere che esista un potere superiore. Quindi Dio ci dice: “Amandovi l’un l’altro, voi creerete per Me un luogo in cui dimorare in mezzo a voi.” In altre parole, soltanto attraverso l’amore degli altri esseri umani noi creiamo uno spazio sacro, in cui Dio può rivelarsi tra di noi.  Questo è il significato di “Anì A-donai”, “Io sono Dio” alla fine del versetto.

Cos’è che amo nel mio amico? È l’”Anì Adonai”, il “Io sono Dio”, nell’altro. Amo la scintilla dell’Uno Infinito che c’è in te, la scintilla infinita che sei tu, la tua essenza. Su certe cose posso non essere d’accordo con te ma non ti odio, non ho bisogno di odiarti. Ho imparato ad amare ogni essere umano, ogni creatura.

Ma prima di tutto devo imparare ad amare me stesso, che è come amare un altro essere umano. Anche se non sono d’accordo con le tue idee, con la tua ideologia, etc., esiste qualcosa di più profondo dell’ideologia, ovvero l’essenza, l’anima. Lo stesso vale per il mio Sé, la mia personalità. Anche se ci sono cose di me che non mi piacciono, queste non sono comunque la totalità di ciò che io sono. Dio ci ha posto sulla terra per compiere un lavoro di auto-trasformazione. Voglio diventare pienamente quello che sono e che posso essere. A tal fine devo connettermi alla mia anima divina, al divino che esiste in me, alla sorgente della forza per la trasformazione delle delusioni e della depressione, dell’odio di sé e del senso di colpa in luce e positività.

Anche se ho fatto qualcosa di sbagliato, il senso di colpa ossessivo non è la risposta giusta. La vera risposta è di non lasciar più che certi atti mi definiscano. Mi libero quindi da ciò che ho fatto, o da ciò che gli altri mi hanno fatto, per farmi diventare in un certo modo. Mi libero, e di conseguenza rivendico la mia energia per diventare veramente quello che io sono. Questa è l’essenza del comandamento della teshuvà (pentimento): “Ritornare” alla mia vera essenza, alla pienezza dell’essere un umano. Abbiamo insegnamenti preziosi riguardo a questo per l’intera umanità. Al presente Dio sta invitando il popolo ebraico a ritornare a Lui attraverso una teshuvà (pentimento) collettiva. Solo allora saremo in grado di comunicare questi insegnamenti affinché tutti comprendano.

DOMANDA: Cosa significa peccato?

RISPOSTA: In ebraico ci sono tre termini per definire il concetto di peccato. Il primo è Chet, che significa sbagliare, commettere un errore; il secondo è Avon, peccato o trasgressione: consiste in una trasgressione delle regole della bontà. Esso implica che non faccio più qualcosa per sbaglio, ma per il gusto di farlo. I casi sono due: o non posso evitare di farlo perché il desiderio è troppo forte e schiacciante, oppure mi convinco che è solo un’inezia, nulla di male. In altre parole, razionalizzo, mi giustifico. Una volta che inizio a giustificare i miei errori questo mi porta al Pesha, il crimine. Mi dico: “Lo faccio e non mi importa, questo è ciò che sono”, arrivo quindi ad identificarmi con il mio peccato.

La teshuvà mi libera dal dovermi identificare con il guscio, l’esteriorità della persona che sono diventato. Capisco che sono qualcosa di più di questa persona. Non sono un ladro. Posso essere uno che ha rubato, ma non sono un ladro. Devo quindi rivendicare la restituzione del mio vero Sé, rivendicando in tal modo la mia dignità. Non voglio più rubare, non sono io quella persona.

Voglio trasformare le mie parti più basse, trasmutando la loro energia utilizzandola per la mia crescita e sviluppo, in maniera migliore rispetto a che se non le avessi avute! Il nostro più grande lavoro è quello di auto- trasformazione. Se fossi stato creato giusto e perfetto, non avrei avuto niente da fare qui. Sono invece stato creato con una parte di me su cui lavorare per auto-migliorarmi. La Bibbia riguarda questo lavoro interiore. Secondo me la Bibbia è veramente bella e psicologicamente avanzata.

DOMANDA: Quello che mi manca in questo schema è la volontà, perché mi sembra che capire non basta per diventare buono.

RISPOSTA: In Cabalà c’è l’Albero della Vita, basato sull’Albero della Vita nel Giardino dell’Eden. L’Albero cabalistico della Vita è composto di dieci Sefirot. La sefirà più alta è Keter, la “Corona”, cioè la Volontà. La seconda sefirà per importanza è Chokhmà, la “Saggezza”, che corrisponde al cervello destro. La terza sefirà è Binà, la “Comprensione”, che corrisponde al cervello sinistro. Al di sopra quindi di “Saggezza” e “Comprensione” c’è la “Volontà”, la parte più importante di un essere umano.

DOMANDA: La volontà è intesa nel senso di forza, energia?

RISPOSTA: La volontà è la parte più potente di un essere umano. La vediamo come una progressione, come il programma di un computer. Prima c’è la Volontà: vogliamo fare qualcosa. Questo da vita a un’idea e il bisogno di progettare un programma che incarni quest’idea. Ad esempio, volete costruire una casa: avete un’idea specifica di quello che volete farne. Questo è il livello di Chokhmà, il piano della casa (i cui simboli astratti sono capiti solo dall’architetto). La descrizione della casa è Binà, come lo schizzo di una vera casa in tutti i suoi dettagli (così che anche un bambino capisca). Quando terminate la casa, si può entrarvi in ogni stanza per osservare ogni suo dettaglio, lavorando a ritroso per scoprire qual era la vostra intenzione originaria, la vostra volontà e desiderio originari, il vero motivo per cui avete voluto la casa. Il vostro Ratzòn, la vostra Volontà, è la forza originaria che vi permette di fare qualcosa. Dopo viene la saggezza e la comprensione e tutte le altre facoltà necessarie per la realizzazione della casa. Tutte queste facoltà sono viste come dei mezzi per arrivare ad uno scopo. La Volontà nel corso dell’intero processo è la parte principale. La casa adesso è l’incarnazione di ciò che volevate.

Detto questo, possiamo ora capire il metodo di lavoro di Dio. Dio vuole l’esistenza dell’universo. Una volta che esiste, esso rivela la Volontà del suo Creatore (se sappiamo guardare attentamente). Allo stesso modo, quando facciamo qualcosa, lo facciamo con la forza della nostra volontà. La forma più alta di libero arbitrio è uniformare la nostra volontà a quella divina. In questo modo non rinunciamo alla nostra volontà, ma la connettiamo al Potere Infinito, comprendendo che ciò che Dio vuole da me è esattamente ciò che io stesso voglio In altre parole, come dice la Torah, Dio ha creato gli esseri umani ad ”immagine” divina. Dato che Dio non ha un’”immagine” fisica, questo significa che Dio ci ha dato il libero arbitrio. Quando utilizziamo il libero arbitrio per connetterci a Lui diventiamo un Tempio del Divino.

Noi esistevamo nell’Uno Infinito in uno stato potenziale, inconscio. Dio ha creato il mondo nascondendosi, ritraendosi, per così dire. In altre parole, Dio ha ritenuto la Sua Luce attraverso un processo di auto-restrizione chiamato in ebraico Tzimtzum, al fine di creare un mondo dove delle creature individuali potessero esistere. Il Suo scopo ultimo, comunque, è che di riportarci in Lui, ma questa volta completamente coscienti. Non perderemo quindi la nostra esistenza individuale, ma otterremo invece livelli sempre più elevati di esistenza individuale, per sempre. Questo è il dono che l’Uno Infinito vuole dare a ciascuna anima: la sua piena ed eterna coscienza individuale.

Dato che questa è la volontà di Dio, cosa potremmo mai desiderare di più? La riposta è che la mia volontà diventi il desiderio più forte di fare la volontà del Creatore. Questo è l’insegnamento finale di cui ha bisogno il mondo. È lo spazio sacro nel quale devono incontrarsi tutte le varie tradizioni spirituali dell’umanità. Dobbiamo deciderci a compiere la Volontà di Dio.

DOMANDA: Mi sembra che tu dica che Dio non cambia. A me sembra invece che la storia sia in continuo cambiamento.

RISPOSTA: Dio lavora con un’idea-seme, lasciando che poi si dipani. Si può capire solo alla fine: vi guardate alle spalle e, sorprendentemente, tutto ciò che è avvenuto era giusto e corretto. Naturalmente è molto difficile da capire quando il processo è ancora nel suo svolgimento. Siamo esseri umani molto limitati, ma viviamo quest’idea al meglio delle nostre possibilità quando osserviamo lo Shabbat ogni settimana. Il lavoro dello Shabbat è uno di gioia e ringraziamento per il Creatore per essere vivi. Il lavoro dello Shabbat è un lavoro interiore, un lavoro di auto-raffinamento, che è soltanto un accenno del lavoro del Grande Shabbat, il settimo millennio. Crediamo che il mondo sarà elevato al di sopra del suo presente stato fisico in un stato di energia superiore. Gli scienziati la descrivono come la “fine del mondo”, quando il sole diventerà talmente caldo da bruciare tutta la vita su questo pianete. Per noi, invece, questa non sarà affatto la fine della vita, ma un segnale del momento che abbiamo tanto atteso: il motivo vero per cui le nostre anime sono nate qui su questo pianeta. Sarà l’inizio del viaggio di ritorno ai livelli superiori da cui siamo venuti.

Tuttavia, la differenza è che nel viaggio di ritorno alla dimensione celeste noi ritorneremo in Dio pienamente coscienti, in maniera opposta al modo in cui l’intero universo si è sviluppato dall’Alto verso il Basso, fondendosi da elevatissimi e potenti stati energetici nella materia.

Abbiamo vissuto qui su questo pianeta dove Dio non è manifesto, e tuttavia possiamo servire Dio anche nel mezzo del più estremo occultamento. Non possiamo farlo nelle sfere celesti, nel mondo spirituale, e questo è il motivo per cui il pianeta Terra è così speciale. Nonostante le tante tragedie della storia a cui abbiamo assistito, crediamo che sia un privilegio essere qui. Amiamo questo pianeta perché ci da la possibilità di ottenere l’eternità in questa vita.

Crediamo in una vita eterna dopo la vita, ma il motivo per cui siamo venuti qui questa volta (siamo stati qui molte altre volte prima), è per vedere la trasformazione del pianeta Terra in qualcosa di superiore. Quando eravamo in Cielo, ci è stato detto che saremmo discesi sulla terra e questa volta sarebbe stato molto difficile, ma noi siamo venuti qui per partecipare al Grande Shabbat, la grande celebrazione alla fine della storia, quando capiremo tutto quello che ci è successo, in ogni vita in cui abbiamo vissuto. Siamo venuti giù sapendolo, e lo abbiamo fatto per servire il Creatore. Non c’è nulla di più grande, non c’è più grande gioia al mondo che servire il Creatore. Questa è l’idea base dell’insegnamento che siamo anime, che non siamo solo italiani o francesi o russi o americani. Noi siamo anime, e siamo venute qui per servire il Creatore. È un modo completamente diverso di vedere le cose da una prospettiva più grande, anziché da una prospettiva piccola e limitata.

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